giovedì 16 dicembre 2010

Memoria … Sacramentum … Mysterium

Segue da "Fate questo"
Gesù ha detto: “Fate …in memoria di me”
Che cosa era la Memoria ai tempi in cui sono stati scritti i Vangeli? Secondo l’uso dell’epoca la Memoria racchiudeva 2 significati tradotti in Greco con la parola Mysterium (realtà che non si comprende a pieno ma che si vive nella fede) e in Latino con la parola Sacramentum (giuramento reso sacro da un sacrificio fatto per ricordare a se stessi l’appartenenza a un gruppo a cui seguiva una coniuratio, cioè giuramento fatto in comune, che sanciva l’impegno e l’appartenenza).
Sacramento è costituito da 2 radici: la radice di sacro e la radice di  menzione. Si ricorda (memoria) un fatto sacro.
Da qui l’uso di diverse parole per indicare 3 aspetti: ricordo, attualizzazione, promessa.
Ricordo. “Fate questo in ricordo di me”. Effettivamente il rito è un ricordo. Si richiama alla mente un fatto accaduto tanto tempo fa che ha avuto un significato particolare e che conviene ricordare per vivere bene il rapporto con Dio.
Alcuni protestanti infatti si fermano a questo concetto e ricordano l’evento con letture e contemplazione, senza fare una “santa cena”.
Attualizzazione. “Fate questo in memoria di me e rivivetelo come veramente ripetuto da me nel momento che lo ricordate”. Cioè nel momento che ripetete questi gesti e queste parole io rifarò quello che sto facendo adesso.
Questo è vissuto sia da altri Protestanti (quelli che celebrano la Santa Cena), sia dagli ortodossi, sia dai cattolici. Effettivamente  il pane si ritrasforma in corpo del Signore e il vino nel suo sangue. Per i protestanti la cosa finisce qui, infatti essi credono (se ci si può esprimere in termini semplici) che dopo la cena, dopo il rito, il pane è di nuovo pane e il vino è di nuovo vino; quindi essi non conservano né il pane né il vino.
Promessa. La promessa riguarda il futuro. “Fate questo in ricordo e attualizzazione di me, e rimanete uniti a me nel futuro”.
Questo è vissuto principalmente dagli ortodossi e dai cattolici. Gli ortodossi conservano le “specie consacrate” perché esse rimangono sempre corpo e sangue del Signore e possono servire come viatico a chi sta per morire.
Per i cattolici, oltre a quanto in uso presso gli ortodossi, è in uso anche l’adorazione dell’Eucarestia. L’Ostia consacrata è anche testimonianza che Gesù ha fatto una promessa di portarci con lui là dove Egli sta. L’adorazione ricorda dunque tutte le realtà passate, presenti e future con un’estensione del significato di futuro fino all’escatologia (sia ben chiaro che gli ortodossi non negano affatto questo, solo non praticano l’adorazione eucaristica).
Contenuto. Ma quale è il contenuto del pane e del vino consacrati?
Occorre ricordare che i Vangeli sono stati scritti dopo la resurrezione. Quindi il pane diventa il corpo separato dal sangue, cioè il corpo morto di Gesù. Quello stesso corpo che era ancora vivo al momento della Ultima Cena e che ora è risorto e quindi come il risorto è ovunque sia il risorto (cioè ovunque). Nel pane celebriamo e riconosciamo questo mistero: vita, morte, resurrezione e presenza di Dio ovunque.
Il vino è il sangue di Gesù separato dal corpo. Per gli ebrei il sangue era la vita. Il vino quindi è la vita di Gesù separata dal corpo. Vita che era ancora nel corpo nell’Ultima Cena, ma che separata dal corpo ne provoca la morte e consumata dagli uomini dona agli uomini la vita di Gesù. Ma Gesù è risorto, quindi la vita di Gesù ci unisce anche nella resurrezione. Anche qui il mistero di vita, morte e resurrezione, completa assimilazione (resi simili) a Cristo e come lui eterni e onnipresenti quando avremo avuto con Lui l’incontro definitivo.

martedì 7 dicembre 2010

Fate questo ….

Come conciliare il tempo di Dio con il tempo dell’uomo? Prima leggi (era-e-e-sara-per-sempre-per-tutta-la.html)

Anche Gesù aveva timore che l’uomo presto si sarebbe stancato: egli conosceva la fragilità umana, il mutare degli interessi sotto la spinta degli stessi mutamenti che ci fanno sentire vivi. Gli uomini mutano con l’età, con il cambiare delle situazioni in cui si trovano, con la pressione di tutti i giorni e del dover fare sempre molte più cose di quelle che vorremmo, con il maturare delle esperienze positive e negative della vita. 

E poi mutano le culture con l’evoluzione della storia, delle situazioni politiche, delle guerre, con le nuove invenzioni e con le tecnologie che mettono a disposizione sempre nuovi mezzi, per cui ciò che ieri non era pensabile, diviene possibile, anzi comune, oggi. E poi la scienza, la filosofia, i gusti, la moda,… tutto cambia, e , imitando Eraclito, diciamo “Panta Rei” (in realtà pare che Eraclito abbia scritto « Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va. »).

Un giorno, sotto la spinta di questi pensieri Gesù disse: “Ma, quando tornerà, il Figlio dell’Uomo troverà ancora la fede sulla terra?”( Luca 18,8).

Se questa, come io penso, era la convinzione di Gesù, si capisce perché, nella cena pasquale prima della passione, Gesù abbia anche detto, dopo la consacrazione del pane e del vino: “Fate questo in memoria di me”. In questa frase, 2 sono le parole chiave: “fate” e “memoria”, la prima delle quali chiaramente istituiva un rito che doveva essere ripetuto in seguito.

“Fate”; perché era necessario ripetere quel rito? Perché era necessario cucire il tempo di Dio con il tempo degli uomini? Quale tempo è quello giusto: il tempo di Dio che è diverso dal nostro, per cui ogni moto di Dio è presente in tutta la storia dell’uomo, o il tempo dell’uomo che scorre e ci fa credere che tutto muta? Perché l’autore della lettera agli Ebrei e il papa continuano a ripetere “Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre” (Ebrei 13,8)?

Se il tempo di Dio non si incontrasse mai con il tempo degli uomini, il nostro tempo sarebbe come quello degli animali, significativo per noi, ma non significativo per Dio. A me, che sono appassionato di astronomia,  vengono in mente quelle persone che non alzano mai gli occhi verso l’alto, per le quali il cielo, che di tanto in tanto vedono, è solo un soffitto bello ma lontano e pertanto da vedere ogni tanto quando ci sentiamo l’animo poetico.

Se il tempo di Dio ogni tanto si incontra con il tempo degli uomini, esso ci fa unire il passato con il futuro, ci apre l’orizzonte verso i tempi lontani della fine di tutte le cose. Per proseguire l’esempio di sopra, ci trasforma in quelle persone che guardano il cielo come una voragine profondissima, e la scrutano e indagano per vedere il segreto e l’origine di tutte le cose. Non dunque una cosa da vedere ogni tanto con occhi poetici, ma un luogo dove ricercare il perché e il percome delle cose.

Cucire, a ogni ciclo del rito, il tempo di Dio con il tempo degli uomini unisce e trasforma tutti e due i tempi: come il tempo di Dio rende presente ogni moto di Dio in ogni istante del tempo dell’uomo, così il tempo degli uomini renderà Dio partecipe della storia dell’uomo, lo coinvolgerà negli eventi storici e futuri dell’umanità. E gli uomini e ogni uomo, uniti al tempo di Dio, trasformeranno ogni loro atto compiuto in un atto presente in tutta la storia di Dio. E come Dio non muore, ma compie atti in eterno, così ogni uomo non muore, e compie e compirà atti in eterno.