giovedì 16 dicembre 2010

Memoria … Sacramentum … Mysterium

Segue da "Fate questo"
Gesù ha detto: “Fate …in memoria di me”
Che cosa era la Memoria ai tempi in cui sono stati scritti i Vangeli? Secondo l’uso dell’epoca la Memoria racchiudeva 2 significati tradotti in Greco con la parola Mysterium (realtà che non si comprende a pieno ma che si vive nella fede) e in Latino con la parola Sacramentum (giuramento reso sacro da un sacrificio fatto per ricordare a se stessi l’appartenenza a un gruppo a cui seguiva una coniuratio, cioè giuramento fatto in comune, che sanciva l’impegno e l’appartenenza).
Sacramento è costituito da 2 radici: la radice di sacro e la radice di  menzione. Si ricorda (memoria) un fatto sacro.
Da qui l’uso di diverse parole per indicare 3 aspetti: ricordo, attualizzazione, promessa.
Ricordo. “Fate questo in ricordo di me”. Effettivamente il rito è un ricordo. Si richiama alla mente un fatto accaduto tanto tempo fa che ha avuto un significato particolare e che conviene ricordare per vivere bene il rapporto con Dio.
Alcuni protestanti infatti si fermano a questo concetto e ricordano l’evento con letture e contemplazione, senza fare una “santa cena”.
Attualizzazione. “Fate questo in memoria di me e rivivetelo come veramente ripetuto da me nel momento che lo ricordate”. Cioè nel momento che ripetete questi gesti e queste parole io rifarò quello che sto facendo adesso.
Questo è vissuto sia da altri Protestanti (quelli che celebrano la Santa Cena), sia dagli ortodossi, sia dai cattolici. Effettivamente  il pane si ritrasforma in corpo del Signore e il vino nel suo sangue. Per i protestanti la cosa finisce qui, infatti essi credono (se ci si può esprimere in termini semplici) che dopo la cena, dopo il rito, il pane è di nuovo pane e il vino è di nuovo vino; quindi essi non conservano né il pane né il vino.
Promessa. La promessa riguarda il futuro. “Fate questo in ricordo e attualizzazione di me, e rimanete uniti a me nel futuro”.
Questo è vissuto principalmente dagli ortodossi e dai cattolici. Gli ortodossi conservano le “specie consacrate” perché esse rimangono sempre corpo e sangue del Signore e possono servire come viatico a chi sta per morire.
Per i cattolici, oltre a quanto in uso presso gli ortodossi, è in uso anche l’adorazione dell’Eucarestia. L’Ostia consacrata è anche testimonianza che Gesù ha fatto una promessa di portarci con lui là dove Egli sta. L’adorazione ricorda dunque tutte le realtà passate, presenti e future con un’estensione del significato di futuro fino all’escatologia (sia ben chiaro che gli ortodossi non negano affatto questo, solo non praticano l’adorazione eucaristica).
Contenuto. Ma quale è il contenuto del pane e del vino consacrati?
Occorre ricordare che i Vangeli sono stati scritti dopo la resurrezione. Quindi il pane diventa il corpo separato dal sangue, cioè il corpo morto di Gesù. Quello stesso corpo che era ancora vivo al momento della Ultima Cena e che ora è risorto e quindi come il risorto è ovunque sia il risorto (cioè ovunque). Nel pane celebriamo e riconosciamo questo mistero: vita, morte, resurrezione e presenza di Dio ovunque.
Il vino è il sangue di Gesù separato dal corpo. Per gli ebrei il sangue era la vita. Il vino quindi è la vita di Gesù separata dal corpo. Vita che era ancora nel corpo nell’Ultima Cena, ma che separata dal corpo ne provoca la morte e consumata dagli uomini dona agli uomini la vita di Gesù. Ma Gesù è risorto, quindi la vita di Gesù ci unisce anche nella resurrezione. Anche qui il mistero di vita, morte e resurrezione, completa assimilazione (resi simili) a Cristo e come lui eterni e onnipresenti quando avremo avuto con Lui l’incontro definitivo.

martedì 7 dicembre 2010

Fate questo ….

Come conciliare il tempo di Dio con il tempo dell’uomo? Prima leggi (era-e-e-sara-per-sempre-per-tutta-la.html)

Anche Gesù aveva timore che l’uomo presto si sarebbe stancato: egli conosceva la fragilità umana, il mutare degli interessi sotto la spinta degli stessi mutamenti che ci fanno sentire vivi. Gli uomini mutano con l’età, con il cambiare delle situazioni in cui si trovano, con la pressione di tutti i giorni e del dover fare sempre molte più cose di quelle che vorremmo, con il maturare delle esperienze positive e negative della vita. 

E poi mutano le culture con l’evoluzione della storia, delle situazioni politiche, delle guerre, con le nuove invenzioni e con le tecnologie che mettono a disposizione sempre nuovi mezzi, per cui ciò che ieri non era pensabile, diviene possibile, anzi comune, oggi. E poi la scienza, la filosofia, i gusti, la moda,… tutto cambia, e , imitando Eraclito, diciamo “Panta Rei” (in realtà pare che Eraclito abbia scritto « Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va. »).

Un giorno, sotto la spinta di questi pensieri Gesù disse: “Ma, quando tornerà, il Figlio dell’Uomo troverà ancora la fede sulla terra?”( Luca 18,8).

Se questa, come io penso, era la convinzione di Gesù, si capisce perché, nella cena pasquale prima della passione, Gesù abbia anche detto, dopo la consacrazione del pane e del vino: “Fate questo in memoria di me”. In questa frase, 2 sono le parole chiave: “fate” e “memoria”, la prima delle quali chiaramente istituiva un rito che doveva essere ripetuto in seguito.

“Fate”; perché era necessario ripetere quel rito? Perché era necessario cucire il tempo di Dio con il tempo degli uomini? Quale tempo è quello giusto: il tempo di Dio che è diverso dal nostro, per cui ogni moto di Dio è presente in tutta la storia dell’uomo, o il tempo dell’uomo che scorre e ci fa credere che tutto muta? Perché l’autore della lettera agli Ebrei e il papa continuano a ripetere “Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre” (Ebrei 13,8)?

Se il tempo di Dio non si incontrasse mai con il tempo degli uomini, il nostro tempo sarebbe come quello degli animali, significativo per noi, ma non significativo per Dio. A me, che sono appassionato di astronomia,  vengono in mente quelle persone che non alzano mai gli occhi verso l’alto, per le quali il cielo, che di tanto in tanto vedono, è solo un soffitto bello ma lontano e pertanto da vedere ogni tanto quando ci sentiamo l’animo poetico.

Se il tempo di Dio ogni tanto si incontra con il tempo degli uomini, esso ci fa unire il passato con il futuro, ci apre l’orizzonte verso i tempi lontani della fine di tutte le cose. Per proseguire l’esempio di sopra, ci trasforma in quelle persone che guardano il cielo come una voragine profondissima, e la scrutano e indagano per vedere il segreto e l’origine di tutte le cose. Non dunque una cosa da vedere ogni tanto con occhi poetici, ma un luogo dove ricercare il perché e il percome delle cose.

Cucire, a ogni ciclo del rito, il tempo di Dio con il tempo degli uomini unisce e trasforma tutti e due i tempi: come il tempo di Dio rende presente ogni moto di Dio in ogni istante del tempo dell’uomo, così il tempo degli uomini renderà Dio partecipe della storia dell’uomo, lo coinvolgerà negli eventi storici e futuri dell’umanità. E gli uomini e ogni uomo, uniti al tempo di Dio, trasformeranno ogni loro atto compiuto in un atto presente in tutta la storia di Dio. E come Dio non muore, ma compie atti in eterno, così ogni uomo non muore, e compie e compirà atti in eterno.

martedì 30 novembre 2010

Era, è e sarà per sempre, per tutta la durata del tempo

Prima di rispondere alla domanda precedente (differenza e importanza del rito o della sostanza rappresentata dal rito http://chisiamoedoveandiamo.blogspot.com/2010/11/eucarestia-e-rito.html) occorre fare una premessa.
Infatti di quest’argomento hanno discusso molti studiosi non solo contemporanei, ma anche fin dalle origini del cristianesimo e si può dire che una problematica di questo tipo mise anche Paolo in polemica con Pietro sin dal tempo degli Apostoli con argomenti pro e contro.
Dal mio punto di vista, prima di rispondere occorre aprire la mente e non aspettarsi una risposta a base di conseguenze logiche o di sillogismi, ma una risposta che deriva dalla contemplazione di un mistero (cioè di qualcosa che si intuisce, ma che non è mai completamente posseduto dalla mente).
Noi siamo abituati a pensare nel tempo: ciò che è avvenuto ieri ormai è passato, adesso c’è il presente in cui si possono vivere alcune conseguenze di quello che è successo ieri, e domani le conseguenze man mano si attenueranno fino ad essere completamente sommerse nelle conseguenze di altri fatti che sopravverranno. Siamo abituati talmente al tempo che una cosa è viva solo se il suo stato ad un istante è diverso dallo stato che aveva un istante prima e sarà prevedibilmente diverso un istante dopo. Una cosa è viva se si muove, se respira. Infatti ciò che è fermo e  che rimane uguale per un certo tempo lo definiamo una cosa o un corpo morto.
Noi diciamo anche che Dio è vivo, e quindi si muova, che in un certo senso intervenga nella storia dell’uomo, e quindi che compia delle cose in un tempo e che poi ne faccia altre. Ma la domanda che ci dobbiamo fare è: il tempo di Dio è lo stesso tempo del nostro? Dio è vivo e quindi “si muove”, lo fa come gli esseri viventi? S. Agostino per primo disse che Dio è al di fuori del tempo. Altri poi hanno detto che davanti a Dio tutto è presente. Ma che intendevano dire?
Anche io ho le mie idee. E, poiché sono un fisico e quindi abituato a teorizzare, mi sono costruito un modello.

Immagino che il nostro universo sia paragonabile ad un piano inclinato, e che la nostra presenza sia paragonabile ad una goccia d’acqua che scorre per gravità verso il basso e che per attrito si sposta, nella sua caduta, un po’ a destra e un po’ a sinistra. Immagino che la direzione verso il basso (nel senso della freccia) indichi il tempo e che i movimenti a destra e a sinistra rappresentino i nostri movimenti da una parte a un’altra nel mondo. Ognuno di noi lascia una traccia (una scia bagnata) nella sua vita finché alla fine la sua goccia evapora (“come acqua che cola sopra un pendio” – Michea 1,4b). E Dio dove sta? La risposta è ovvia, fuori del piano inclinato! Per cui il modello diventa:

Il triangolo rappresenta Dio, al di fuori dello spazio e del tempo. Ovviamente Dio è libero di muoversi in questo spazio (cioè Dio è vivo), anche se abbraccia tutto lo spazio e lo scorrere di tutto il tempo con un solo colpo d’occhio.
Il Salmo 89 dice: “Ai tuoi occhi, mille anni
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.


Nella seconda lettera di Pietro, al capitolo 3, versetto 8, è detto poi “davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo

Nelle due figure cerco di evidenziare come questo si concilia con il mio modello; le righe in rosso indicano i movimenti di Dio.













Perché insisto su  questi punti? Perché la visione di Dio che dobbiamo avere su questa terra è che ogni momento di Dio è presente in ogni momento della vita terrena. Perciò noi dovremmo sempre dire di Dio che “era, è e sarà”. La Chiesa infatti insegna a pregare “Gloria … come era in principio, e ora, e sempre nei secoli dei secoli”


Da questo articolo derivano altri articoli:

  1. fate questo
  2. quel pazzo amore

venerdì 19 novembre 2010

Eucarestia e rito

Ricevo questa lettera.
Parliamone!
Chi vuole aggiunga i propri commenti e il proprio pensiero!


.......................
Mi piace parlare con te di queste cose e così lancio la questione:
"l'eucarestia è il rito della comunione 
oppure il rito della comunione è una delle  sue possibili e valide rappresentazioni?"
Il rito:
Non è forse quello della circoncisione un rito lasciato agli uomini da Dio?
Atti 15
Ma alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, si alzarono dicendo: «Bisogna circonciderli, e comandar loro di osservare la legge di Mosè».
Allora gli apostoli e gli anziani si riunirono per esaminare la questione. 
7 Ed essendone nata una vivace discussione, Pietro si alzò in piedi e disse:
«Fratelli, voi sapete che dall'inizio Dio scelse tra voi me, affinché dalla mia bocca gli stranieri udissero la Parola del vangelo e credessero. 
8 E Dio, che conosce i cuori, rese testimonianza in loro favore, dando lo Spirito Santo a loro, come a
noi; 
9 e non fece alcuna discriminazione fra noi e loro, purificando i loro cuori mediante la fede. 
10 Or dunque perché tentate Dio mettendo sul collo dei discepoli un giogo che né i padri nostri né noi siamo stati in grado di portare? 
11 Ma noi crediamo che siamo salvati mediante la grazia del Signore Gesù allo stesso modo di loro».
..........................

mercoledì 10 novembre 2010

Ma i cristiani che ci stanno a fare?

Io sono un fisico, e la laurea in fisica mi ha segnato nel modo di pensare. Per spiegare un concetto o per valutarne le conseguenze ho bisogno di un modello, di una teoria che sintetizzi il comportamento della cosa che sto valutando.
Per questo mi sembra opportuno esporre un modello su questo tema che mi è stato posto.
Chi si salva e quale è il ruolo dei cristiani battezzati?
Allora il modello di partenza che propongo è  questo:

  •       il mondo è sospeso e può andare verso l’alto o verso il basso. La creazione è immersa in un’aura che sale verso Dio. Ma c’è chi vuole mantenere il mondo in questo stato intermedio e magari farlo andare in basso
·         Perciò alcuni fanno una serie di buchi in alto, e così entri nel mondo la polvere, l’acqua, ogni sorta di scorie che il mondo nel suo cammino incontra, e così lo appesantiscono e lo portano in giù

      ·         i “buoni” che vogliono rialleggerire il mondo operano in senso inverso. Cioè, simbolicamente, fanno dei buchi in basso, in modo che il peso accumulato venga disperso e il mondo ricominci a salire

      ·         Ma in questa lotta tra il bene e il male, si corre il rischio della perdizione del mondo. Dio non è rimasto indifferente ed è venuto per dare una sicurezza al mondo di salire. Lo schema è allora diventato il seguente.
·         Il Signore Gesù ha deciso di sollevare il mondo. Egli tira la corda. È passato attraverso la Croce simboleggiata dalla carrucola. Perciò noi sappiamo che il mondo si salverà.
  •     I   I cristiani, i battezzati, coloro che si fanno conquistare da Gesù Cristo, vanno a finire nella corda attraverso la quale Gesù tira su il mondo. Perciò anche i battezzati dovranno passare per la carrucola-croce. Ed allora ecco che il bene e il male si fronteggiano, ma anche se il bene è inferiore al male, la salvezza che viene da Dio, che passa attraverso i cristiani, comunque salverà il mondo.
Allora, tutti si salveranno. E i cristiani avranno un vantaggio? chiaramente no! Anzi i cristiani vengono sottoposti a un compito che li dilania tirati su dal Signore Gesù e contemporaneamente tirati giù dal peso del mondo. Quindi, in realtà, le sofferenze dei cristiani sono la prova che il Signore sta salvando il mondo attraverso i cristiani stessi. Per questo, cari cristiani, soffrite e amate la Croce (quella parte di Croce che vi tocca) perché state lavorando con Dio alla salvezza del mondo.
E chi soffre e non è cristiano? se accetta la sofferenza per la salvezza del mondo, che lo sappia o no, è un cristiano. Se invece soffre e non si dà pace per questo, è una vittima del male che lui o gli altri uomini fanno o hanno fatto.

giovedì 4 novembre 2010

e adesso di che parliamo?

Sento l’urgenza di aprire una discussione sul blog su 4 argomenti che sento come attuali:

1.       Rapporti tra scienza e religione (dovrei dire fede, ma se dico fede alla gente non interessa). Frequentando l’ambiente dei preti mi sono accorto della confusione che c’è nelle loro teste non avendo mai studiato scienze. Ma recentemente ho notato che anche tra gli scienziati c’è una grande confusione non avendo questi studiato né filosofia né religione.
2.       Economia: come va e come andremo, quali le cause della crisi, che cosa succederà nel prossimo futuro, che c’entra la globalizzazione, ecc.
3.       Ma questi politici stanno pensando bene o male, hanno una linea in cui vogliono guidare il paese o pensano solo a dire che loro hanno le idee giuste su cosa si deve fare domani e gli altri sbagliano. Se si elegge chi pensa all’immediato, che fa questo qui il giorno dopo che ha fatto il decreto che già sa che deve fare nei restanti 4 anni e 11 mesi di governo?
4.       Si parla di famiglia, ma cosa è che si può fare per la famiglia? Fin dove è una questione di politica, di ideali, d’amore, di solidarietà, di educazione, di cultura, di istituzione del matrimonio?

I miei scarsissimi lettori hanno qualcosa da dire su questi argomenti o sulla priorità con cui occorre trattarli?

giovedì 28 ottobre 2010

La strada della Gioia - La storia di P

Prima leggi la storia di A 
Poi leggi la storia di B
Segue la storia di C
Infine la storia di D

La storia di P

Anche P rimase molto triste. Egli non si sentiva privato della gioia, ma sicuramente privato dell’allegria. Purtroppo il suo amico D schiacciato dagli ultimi eventi non era stato capace di vedere Dio all’opera, e così si era sentito solo, condannato a morire un giorno, senza uno scopo. Cosa fare per l’amico? Nulla era possibile fare in quel momento, così P decise di mettersi in viaggio e partire per una quinta tappa della ricerca della strada della Gioia.
In questo ultimo viaggio egli era completamente solo, e quindi ebbe molto tempo per pensare e per pregare. Vide molte stagioni alternarsi. Vide molti inverni e provò il freddo sia del corpo che del cuore. Vide molte estati con il sole rovente, che gli fecero sperimentare l‘arsura della gola e l‘arsura dello spirito. Vide molti autunni, colorati di verde, di marrone, di giallo e di rosso; molti autunni con giorni freddi che si alternavano a giorni caldi o tiepidi. Durante l’autunno vedeva gli uccelli migrare lontano e si separava dagli  occasionali compagni di viaggio. Sì, l’autunno era veramente la stagione degli addii.
Ma sempre, dopo tutti gli inverni, arrivava la primavera. Una stagione non bella come l’autunno, ma più di questo ricca di speranze. In primavera rinasceva il verde, finivano i rigori del freddo, si tornava a sperare.
Da quando era rimasto sostanzialmente solo, aveva sempre pregato. Ma il contenuto delle preghiere si era andato sclerotizzando. Egli si accorse un giorno che egli pregava sempre nello stesso modo. Il suo cuore era precipitato nell’inverno.
Quando si rese conto di questo fatto, si fermò. Che scopo aveva continuare a cercare, se la sua preghiera era vecchia, se in lui mancava la capacità di vedere Dio in cose nuove. Sì fermò presso una capanna abbandonata, vicino ad una città. Molti venivano a consultarlo, e per tutti egli aveva parole di conforto, suggerimenti da dare, preghiere da proporre; ma egli stesso non riusciva più a pregare.
Allora disse al Signore:
“Sicuramente è più facile per te venirmi a cercare che per me trovarti. Io vorrei avere un dialogo sempre vivo con te, ma ne sono incapace. Era meglio quando non mi ponevo alcun problema, perché allora credevo di averti sempre vicino e mi sembrava di sperimentare la gioia. Ma con gli anni è sopraggiunta la saggezza, e mi sono accorto che credevo gioia ciò che non lo era o, per lo meno, non lo era sempre.
Signore, io sono qui e ti aspetto. Ma se non ti vedrò mai, allora vuoi dire che mi sono sbagliato, che tu non esisti. Allora, se mi vuoi veramente bene come ho sempre creduto, vieni presto, prima che mi convinca che tu non ci sei.”
Disse questo e si preparò a morire, perché in cuor suo era convinto che quella preghiera fosse stata soltanto un suo sfogo personale diretto al vento. Passarono altri quattro anni.
Durante quegli anni egli si sentiva sempre di più liberato della sua vecchia immagine di Dio, si sentiva sempre più ateo, e, nonostante cercasse di morire, pure si apriva a mille altri interessi che gli uomini della città gli proponevano. Divenne così abile in molte cose artigiane, coltivò bene il suo orto, allevò molti animali, e faceva molte passeggiate per i boschi.
Un giorno si ricordò della preghiera che aveva fatta quattro anni prima e si domandò se questo suo cambiamento era dovuto a Dio o era perfettamente naturale.
La risposta non si fece attendere molto. Egli si guardava intorno: nulla più era come prima, come ai tempi in cui aveva fatto quella preghiera. Tutto era diverso, e tutto era più libero e più franco. Tutto era più inondato di luce. Tutto era più in pace nel proprio cuore.
Allora comprese che Dio non era nel terremoto, né nelle grandi imprese, né nella gioia di vivere; Dio era nella quiete dei boschi, nel silenzio di una casa amica, nella brezza di un vento leggero. Allora comprese che Dio gli aveva parlato per tutti quei quattro anni facendogli cambiare tutte le sue idee, comprese le sue idee su Dio. Allora comprese che egli non era mai stato solo né nella palude, né nella locanda affollata, né nel bosco, né sulla montagna, né nella città, né in quella chiesa che aveva costruito nella città, né nel terremoto, né nei tanti addii che aveva pronunciato nella sua vita.
Si sedette per terra, lì dove stava, e si mise ad ascoltare tutto quello che il Signore gli diceva. Egli sentì che la sua saggezza si mutava in sapienza, che la sua debolezza di vecchio si mutava in forza e prudenza. Ma soprattutto si accorse che prima era sordo, mentre ora ascoltava Dio che gli parlava con il linguaggio dei cambiamenti che produceva in lui.
Egli non era più solo, e da allora non fece più nessun discorso. Da allora preferì ascoltare.

martedì 26 ottobre 2010

La strada della Gioia - La storia di D

LA STORIA DI D
Il Sig. D non condivise il parere espresso da C come a suo tempo non aveva condiviso i pareri espressi da A e da B. Molte delle argomentazioni usate erano equivoche. Prima di tutto chi assicurava C che il villaggio era più felice? Invero esso non aveva più i problemi che essi avevano visto arrivando, ma aveva sostituito i suoi vecchi problemi con problemi nuovi: prima si preoccupava di non morire di fame, ora si preoccupava di essere all’avanguardia rispetto al paese rivale per non esserne assalito e non soccombere. La guerra ora sarebbe stata ben più grave, perché avrebbe coinvolto paesi che si erano alleati con la prima o con la seconda città. No , non si poteva dire che la nuova situazione fosse migliore della prima. Forse soltanto più sopportabile, sicuramente con un po’ più di speranza, ma ugualmente stressante e sicuramente più rischiosa.
Inoltre un altro argomento convinceva D sul fatto che C era in errore. Se questa era la strada della Gioia, se la Gioia si trova solo aiutando gli altri nel cammino della civilizzazione, essa non è per tutti. Infatti chi non ha niente da portare, cioè proprio chi è più misero, sarebbe escluso dalla strada della Gioia, perché egli è condannato a stare dalla parte degli aiutati e non dalla parte di coloro che aiutano e che soli, secondo C, sono felici. Fece quindi un discorso a P e lo convinse a fargli compagnia in una quarta tappa della loro ricerca della strada della Gioia. Fu così che D e P partirono.
Durante la strada D cominciò a discutere con P su quale fosse la gioia più grande. Egli sosteneva che essi avevano sperimentato sia la gioia di vivere, che la gioia di superare le difficoltà, sia la gioia di prodigarsi per gli altri. Ma ci doveva pur essere una vera e più grande gioia.
P sosteneva che sempre essi avevano avuto una grande gioia, tutte le volte che essi avevano veduto compiersi le loro aspettative: sia quando desideravano di uscire dal fango e dalla confusione, e Dio li aveva condotti in un posto pieno di pace; sia quando si erano trovati di fronte la montagna e il fiume e Dio li aveva guidati a superare gli ostacoli; sia quando incontrati quei poveri uomini, Dio aveva compiuto miracoli davanti a loro facendo cambiare una situazione votata alla morte in una votata a motivo di vita e di lavoro.
D dichiarava che gli amici che si erano fermati erano nell’errore perché consideravano gioia ciò che non lo era; P invece sosteneva che essi non erano nell’errore, ma che essi si contentavano di alcuni tipi di gioia, e che forse essi, meno contorti di D e di P stesso, erano davvero più felici.
La discussione andava avanti da un bel pezzo e un bel pezzo era anche la strada che essi avevano percorsa. Proprio in quel momento una grande scossa di terremoto li gettò nello spavento. La terra tremava e sobbalzava scaraventandoli in terra. Caddero anche alberi accanto a loro e rocce dalle montagne intorno.
Finita la scossa i due amici atterriti si guardarono negli occhi e si consolarono a vicenda. P ringraziò il Signore dello scampato pericolo, ma D gli fece notare che era un bell’egoista e che non aveva nemmeno pensato a C ed alla sua città, né a B e le sue montagne, né ad A ed al suo posto incantato tra il bosco e il mare.
Allora i due amici tornarono indietro il più di corsa possibile fino alla città di C. Appena giunti videro una grande desolazione: la torre era crollata, la chiesa distrutta, le scuole e le case abbandonate, e il fiume aveva allagato interi quartieri. In un solo lungo minuto tutto era cambiato.
D derise P e il suo Dio e gli disse:
“Guarda cosa ha fatto il tuo buon Dio. Ha seminato morte e distruzione laddove prima c’era la vita. E’ davvero buono? Come fai a dire che c’è Dio?”
Si misero alla ricerca di C e purtroppo lo trovarono morto.
Piansero molto tutti e due. Poi, mentre D si dava da fare con i primi soccorsi, P si mise in disparte a pregare.
Da lontano cominciarono ad arrivare altri suoni, e poi gente a migliaia venivano tutti dall’altra città, quella che era stata la città avversaria. E quasi senza parlare seppellirono i morti, rialzarono le capanne e le case, curarono i feriti, portarono da mangiare e iniziarono a ricostruire la torre.
Allora P disse a D:
È veramente una gioia vedere come Dio è capace di cambiare il cuore degli uomini: questi due popoli prima si odiavano, ora invece si aiutano l’un l’altro.”
Ma D obiettò:
“Tu chiami Dio uno slancio di solidarietà umana”
E P replicò:
“Vedo bene che questa mia gioia di vedere Dio all’opera, tu non la comprendi”
Lasciata la città mentre veniva ricostruita, i due amici si recarono dalla parte del fiume verso la montagna. Ma mentre andavano videro venire loro incontro B, che tutto affannato cercava di arginare l’ansa del fiume sorta durante il terremoto. Egli aveva sentito il terremoto e si era preoccupato per quella città a valle che, dall’alto, aveva visto sorgere quasi inspiegabilmente, ed aveva pensato di riportare il fiume nel suo vecchio letto. Questo era un compito difficile, ma tuttavia ci sarebbe riuscito anche senza aiuto.
I due amici lo aiutarono a costruire la diga, e sicuramente l’acqua del fiume si sarebbe ritirata dai quartieri allagati della città.
Anche ora P si mise a ringraziare il Signore che aveva fatto provare anche a B la gioia di aiutare gli altri. Ma ancora D lo derise dicendogli che egli chiamava Dio ciò che era soltanto una curiosità di B verso la città.
Il terremoto aveva aperto una fenditura alla base della montagna, così essi poterono passare dall’altra parte per andare alla ricerca di A. B li accompagnò per un tratto poi se ne tornò a compiere altre imprese.
Giunsero al bosco di A, ma non lo trovarono. Arrivarono al paese, ma non lo trovarono. Proseguirono verso l’altro villaggio sul bordo della palude, ma anche qui nessuno aveva più saputo niente del loro amico: forse era morto.
Allora D disse molto deluso:
“Di sicuro non abbiamo trovato la strada della Gioia.
Io sono medico, mi fermerò qui sul bordo della palude a curare la malaria.
Non c’è la Gioia. Non c’è una strada che porta alla Gioia. Tu provi gioia nel vedere Dio in tutto ciò che avviene, e confondi Dio con ciò che avviene per caso. Lasciami solo, starò in questa regione finché non morrò.”

domenica 24 ottobre 2010

La strada della Gioia - La storia di C

Il Sig. C non condivise il parere espresso da B come a suo tempo non aveva condiviso il parere espresso da A. Non poteva essere che la gioia fosse soltanto qualcosa di così assurdamente personale: la gioia di superare le difficoltà è sicuramente una gioia di qualità maggiore rispetto alla gioia epicurea di stare bene o di godersi un buon paesaggio o di mangiare e bere, tuttavia una gioia che sia soltanto intimistica e personale non lo convinceva. Il Sig. C aveva infatti molti parenti ed amici cui voleva molto bene, e gli sembrava troppo egoistico il modo di pensare degli altri due amici che pensavano solo a se stessi. Fece quindi un discorso alla comitiva e la convinse a assegnargli il comando in una terza tappa della loro ricerca della strada della Gioia. Fu così che egli si mise in viaggio insieme a D e P.
Avevano appena incominciato il viaggio che si imbatterono in un villaggio di capanne in condizioni veramente miserevoli. Il capo del villaggio li accolse abbastanza freddamente perché tutti i viaggiatori che erano passati, prima o poi, se ne erano andati dopo averli abbastanza bene imbrogliati e derubati. I tre amici assicurarono il capo del villaggio delle loro buone intenzioni, anzi gli dissero che stavano alla ricerca della Gioia e gli domandarono se essi sapessero dove era: infatti molti sostengono che nella miseria si trova la vera gioia.
Ma il capo del villaggio diede loro un’occhiata che lasciava ben capire che, se veramente avesse saputo dove era la strada della gioia, avrebbe già da tempo lasciato questo insieme di tuguri: sicuramente la gioia non è nella miseria; forse è nella povertà, ma non nella miseria.
Girando per il villaggio si accorsero che gli abitanti avevano tre problemi; alcuni di loro erano malati, il villaggio vicino li aveva minacciati di una dura punizione se non pagavano i debiti che avevano contratto, e infine con quella povertà il villaggio non poteva che continuare a fare debiti.
C, oltre che una brava guida, era anche un ottimo sociologo; D era un buon medico e P un ottimo diplomatico. Così C convinse la compagnia a cercare di risolvere i problemi di questo villaggio. Egli cominciò subito a comprendere che quella gente non sapeva pescare nel fiume e che quindi si cibava soltanto di quello che riusciva a coltivare. Insegnò loro allora a pescare con l’amo, a costruirsi zattere e a pescare con delle specie di reti fatte di fibre vegetali. Insegnò loro a coltivare meglio il terreno con la rotazione delle colture e l’uso del concime.
D, su indicazione di C, si mise a curare i malati. Su quegli individui che non avevano mai preso medicine, anche la semplice aspirina faceva miracoli. Così D ottenne che ben presto le persone malate si ristabilissero e poterono quindi aiutare gli altri nei lavori dei campi e nella pesca.
Ben presto il fatto che nel villaggio si era passati da una situazione di miseria a mangiare pesce e verdura e a guarire dalle malattie, cominciò a interessare i paesi vicini che mandarono loro ambasciatori: allora P cominciò a contrattare con tutti quelli che arrivavano in modo da stabilire utili commerci.
C pensò anche a qualcosa che valesse la pena di venirla a vedere per incrementare perfino il turismo; costruì così una torre altissima e molto larga, in modo che dalla cima si potesse vedere tutta le zona intorno. Il villaggio non sarebbe più stato colto di sorpresa né dai banditi né dagli altri villaggi. Inoltre dalla torre era anche possibile lanciare sassi e frecce e quindi difendere il villaggio in caso di attacco.
P allora, secondo gli ordini di C, andò nel villaggio dei creditori che avevano minacciato la dura reazione se non avessero ricevuto il pagamento del debito. Egli fece vedere da lontano la torre costruita e fece capire loro che quella era uno strumento di difesa talmente potente che essi non avrebbero avuto alcuna possibilità di aggredire il villaggio e restare impuniti. P li convinse a fare degli onorevoli scambi: essi avrebbero condonato il debito in cambio di pesce, di verdure fresche e dei piani per costruire a loro volta un’altra torre.
Molta gente veniva dai dintorni a vedere i due villaggi che gareggiavano in lavori e in commerci, con il risultato che cominciò nella zona un vero e proprio turismo: la gente si recava nel primo villaggio per vedere la torre e per apprendere l’arte della pesca, e in cambio lasciava cibo, stoffa e attrezzi da lavoro. Poi si recava nell’altro villaggio per vedere se era vero che la seconda torre era addirittura più alta della prima; e anche qui per pagare lasciava gioielli, stoffe e altre opere d’arte che aveva portato con sé. Ne nacque anche un commercio tra i due villaggi che ormai erano diventati paesi e forse addirittura piccole città. C’erano ben due scuole di medicina, di agricoltura, di pesca, di accoglienza alberghiera, di interpreti delle lingue della zona e di architettura.
C, D e P erano molto stanchi per tutto il lavoro fatto, ma anche soddisfatti perché tutti erano loro riconoscenti. Essi tuttavia non vollero onori ma si accontentarono di insegnare e di promuovere ovunque pace e concordia. P costruì anche una Chiesa dove tutti i giorni si cantavano le lodi del Signore. Allora C fece un discorso:
“Io credo profondamente che questa sia la strada della Gioia.
Badate che non dico questa città o questa zona, né parlo del successo; io dico che la strada della gioia è quella di lavorare per gli altri, mettendo a disposizione tutto quello che si sa fare perché gli altri si evolvano da una situazione di miseria e di arretratezza verso una situazione di maggiore prosperità. Ecco noi siamo riusciti a fare la pace laddove si minacciava una guerra, a nutrire la gente laddove prima si ammalava per fame. Questa è una gioia non egoista, io sono felice non perché a me ne è venuto un vantaggio, ma perché questa gente è cambiata ed essa è più felice.
Io dunque rimarrò in questa regione, perché credo di avere trovato quello che cercavo.”.

mercoledì 20 ottobre 2010

La strada della Gioia - LA STORIA DI B.

Leggi prima la storia di A

LA STORIA DI B.

Il Sig. B non condivise il parere espresso da A. Non poteva essere che la gioia consistesse solo nel passare da uno stato di malattia ad uno di salute, non poteva essere che la Gioia si trovasse soltanto nell’alternare miseria e ricchezza, o nella solitudine quando non se ne poteva più degli altri. Fece quindi un discorso agli amici e li convinse ad affidare a lui il comando della spedizione e di proseguire per una seconda tappa. Fu così che egli si mise in viaggio insieme a P, C e D.
Dopo un po’ di tempo che viaggiavano si trovarono di fronte una montagna alta fino al cielo, con la neve sulla cima. Non c’era altra strada ragionevole se non scalare la montagna per proseguire il viaggio. Così il gruppo cominciò la scalata.
Dapprima si arrampicarono in un bosco, ma la salita diventava sempre più ripida e ben presto raggiunsero un’altezza a cui gli alberi non crescevano più. Il vento cominciava a farsi freddo. Ma il gruppo proseguì sempre più in alto, e così arrivarono dove cominciavano le rocce.
Allora la comitiva si infilò in un canalone dove era molto faticoso camminare perché i piedi scivolavano indietro dando1’impressione di non riuscire a salire. Tuttavia il canalone riparava dal vento freddo e offriva una sorta di conforto. Salirono nonostante le difficoltà ed arrivarono dove il canalone terminava ai piedi della roccia.
Si inerpicarono su per stretti passaggi. Il vento era diventato molto forte e nei tratti esposti decisamente freddo. Ma il gruppo proseguì la salita. Erano ormai molto vicino alla neve.
Affrontarono alcune difficoltà su alcuni tratti in cui misero alla prova la loro abilità di scalatori ed infine arrivarono ai piedi di un ghiacciaio. Cominciarono allora la traversata finale del ghiacciaio, ben attenti a non finire in un crepaccio nascosto da un velo di neve recente. Sentirono lontano anche il rombo di qualche valanga, sicché procedettero nel silenzio più assoluto. Un paio di volte dovettero tornare sulle proprie tracce perché si trovarono davanti crepacci che non potevano vedere da lontano.
Ma alla fine cominciò la discesa. C’era un bellissimo nevaio;  si lasciarono scivolare a valle. Poi attraversarono alcune rocce e scorsero un canalone abbastanza ripido da poter essere una scorciatoia, ma abbastanza in pendio da non essere pericoloso. Scesero allora insieme, uno di fianco all’altro per evitare che i sassi di chi stava più in alto cadessero addosso a quelli che stavano più in basso. Poi trovarono di nuovo il bosco. Dopo una sosta scesero giù a valle.
La scalata era stata difficile, ma ne era valsa la pena; avevano superato l’ostacolo ed ora erano dall’altra parte pronti a continuare la loro ricerca. Ma c’era un fiume da attraversare, la zona era selvaggia, e non c’era da aspettarsi qualche barcaiolo che li potesse traghettare.
Allora il Sig. B convinse i suoi amici a tagliare alcuni alberi del bosco e a costruire un molo fin verso la metà del fiume, in modo da superare una zona dove l’acqua era molto vorticosa. Poi costruirono delle zattere che portarono in cima al molo, e si lasciarono portare dalla corrente verso l’altra riva dolcemente più a valle.
La compagnia era abbastanza euforica perché aveva superato le difficoltà della scalata e della traversata del fiume. P si mise a pregare e a ringraziare il Signore dell’aiuto che aveva dato loro nelle difficoltà affrontate. Allora B fece un discorso:
“Io credo profondamente che questa sia la strada della Gioia.
Badate che non dico questa sponda del fiume, ma la strada della Gioia consiste nel superare le difficoltà. Questa è una gioia ben superiore a quella propostaci dal nostro amico A: qui non si tratta soltanto di stare bene, di verificare che a volte si sta male e che la gioia consiste nella guarigione dopo la malattia. Né la gioia consiste nel mangiare o bere o andare a donne o procurarsi paradisi artificiali. La gioia consiste nello scalare montagne, nel misurarsi con se stessi, nel vincere la paura e il freddo, nello scavalcare gli ostacoli, ne1 costruire ponti e zattere, nello sfruttare le correnti dei fiumi per farsi portare dove si vuole.
Io dunque rimarrò in questa regione perché credo di avere trovato quello che cercavo.”

domenica 17 ottobre 2010

La Strada della Gioia: la storia di A

Il Sig. P aveva quattro amici: i Sigg. A, B, C, D. Un giorno tutti e cinque si misero in viaggio alla ricerca della strada verso la Gioia.

LA STORIA DI A.

Il Sig. A si unì volentieri al gruppo che si metteva in viaggio. Sempre nella sua vita aveva desiderato intraprendere questa ricerca, ed ora finalmente la intraprendeva con gli amici più in gamba che avesse. Certo, per essere amici, erano un po’ particolari, ma erano veramente i suoi amici più stimati; P con le sue manie religiose, B, C e D con il loro continuo filosofeggiare, a volte erano un po’ noiosi.
Per evitare che la ricerca fosse piuttosto ostacolata che facilitata dalle continue discussioni tra P, B, C e D, il Sig. A insistette molto perché la comitiva gli affidasse il comando della spedizione almeno per il primo tratto.
Il Sig. A consultò molte carte, fece molti piani, si consigliò con molte persone, finché un giorno decise la direzione da prendere, e tutta la comitiva si mise in viaggio.
Durante il viaggio il gruppo attraversò diverse zone, e di volta in volta il paesaggio cambiava; inoltre attraversò diversi villaggi, e si accorse che anche le persone cambiavano da luogo a luogo.
Dapprima attraversarono una palude malsana, dove il fango impediva di camminare; poi arrivarono in un villaggio al bordo della palude. Qui finalmente non avevano più il problema del fango, e venne loro spontaneo domandarsi se la gioia consistesse nel non avere difficoltà. Ma mentre parlavano tra loro, si accorsero che intorno s’erano radunate delle persone, tutte molto pallide. Certo vicino a quella palude il sole era sempre coperto dalle nubi e dai vapori, ma quel pallore aveva qualcosa di strano: ben presto si accorsero che era un pallore dovuto a malattia, in effetti la vicinanza della palude faceva ammalare quella gente di strane febbri malariche, per cui tutti assumevano un colorito pallido e l’aspetto allucinato dei febbricitanti.
Si allontanarono dal villaggio con una morsa stretta attorno cuore: no, non avevano ancora incontrato la strada della Gioia. E mentre camminavano si ritrovarono, in una strada pianeggiante, ben assolata, completamente asciutta. Oh, finalmente dopo tanta umidità un po’ di asciutto! Qui sicuramente non ci sarebbe stata la malaria. E mentre parlavano tra loro giunsero ad un villaggio. Entrarono in una locanda e si guardarono intorno. La locanda era piena di gente allegra e rumorosa. C’era chi beveva del vino, c’era chi cantava, c’era chi mangiava, c’era chi, stanco come loro, s’era addormentato su una sedia. Ecco forse era questa la strada della Gioia: gente che sta bene, che si diverte, che mangia e beve o che dorme in santa pace e allegria.
Ad un certo momento si avvicinò l’Oste che vantò l’ottimo menù, le sue stanze confortevoli, le meraviglie del paesaggio e del villaggio; ma siccome non era proprio del tutto convincente, strizzando l’occhio, fece capire che poteva anche procurare compiacenti donnine e, perché no?, anche qualche spinello.
Tutta la comitiva non era sciocca: se occorrevano le donnine e gli spinelli per apprezzare completamente le meraviglie del luogo, voleva dire che poi queste meraviglie non lo erano fino in fondo. Così i cinque amici si misero di nuovo in viaggio. Giunsero così in un posto abbastanza panoramico, con un fitto bosco dietro le spalle, con una vista meravigliosa del mare in lontananza. Gli uccelli cantavano, e piccoli animali si affacciavano incuriositi dal bosco, il venticello rinfrescava dal forte caldo del sole. Non c’erano persone in giro. Il posto era incantevole!
La comitiva si fermò. Il Sig. A comprese che adesso non c’erano più mistificazioni dovute agli uomini. Il posto era bello, lontano dalla palude e dalla zona assolata, libero dalle malattie e dalla gioia semplicistica del mangiare, del bere, del dormire, delle donne e degli spinelli.
Il Sig. P cominciò a ringraziare il Signore perché dava loro questo paesaggio di sogno. Gli altri invece erano semplicemente contenti del posto. Il Sig. A fece allora un discorso:
“Io credo profondamente che questa sia la strada della Gioia.
Badate non, dico che questo è il posto della Gioia, ma che abbiamo scoperto che la Gioia si trova su un confronto, il confronto tra il fango, la strada asciutta e la strada ben ventilata in un posto panoramico; e anche il confronto tra il villaggio malsano, quello senza malattie ma affollato di gente e infine un posto isolato. Per essere felici occorre provare tutte queste cose. Solo avendo visto la palude si apprezza l’aria salubre e ventilata; solo avendo visto la malattia si apprezza chi sta bene e si gode la vita.
Io dunque rimarrò in questa regione, perché credo di avere trovato quello che cercavo”.

venerdì 15 ottobre 2010

ma che succede nella nostra "civile" Italia?

Oggi i media ci hanno fatto sapere di un uomo che è stato pestato da uomini che forse appartengono alla ndrangheta per un problema di parcheggio. Ieri una donna è stata colpita al volto ed è finita in coma per una questione di precedenza ad uno sportello in cui si facevano biglietti della metropolitana. Qualche giorno fa un tassista è stato pestato fino a ridurlo in coma per avere investito un cane, come se un cane giustificasse uccidere un uomo. A un testimone è stata bruciata l’auto  perché ci pensi bene a testimoniare. Un fotografo che riprendeva l’auto bruciata è stato aggredito. Un facinoroso e un gruppo di ultras hanno impedito l’esecuzione di una partita internazionale. A Roma è ancora vivo il ricordo di una donna uccisa con un ombrello nella metropolitana. Stupri e violenze su donne e su coppie di fidanzati. Pedoni travolti e non soccorsi. Pedofilia perpetrata da sacerdoti, da familiari, da maestri. Ragazzi e bambini uccisi dalle madri o dai padri o dai compagni delle madri. Ragazzi costretti a lavorare come schiavi anche qui nella “civile” Italia.
Mi domando: forse queste cose sono sempre successe, solo che ora i media sono più efficienti e ce ne mostrano una quantità maggiore? Forse i media enfatizzano questi avvenimenti per destare interesse o paura e di conseguenza vendere più copie o avere un ascolto più alto? È forse colpa dei media?
Ma la civiltà è cresciuta o diminuita nel corso della mia vita? Non dovrebbe sempre diminuire  il numero di episodi di scarsa considerazione della vita umana? Cosa intendiamo, nella cultura di oggi, per progresso? Sono solo io che mi angustio domandandomi se la società migliora o peggiora?