giovedì 28 ottobre 2010

La strada della Gioia - La storia di P

Prima leggi la storia di A 
Poi leggi la storia di B
Segue la storia di C
Infine la storia di D

La storia di P

Anche P rimase molto triste. Egli non si sentiva privato della gioia, ma sicuramente privato dell’allegria. Purtroppo il suo amico D schiacciato dagli ultimi eventi non era stato capace di vedere Dio all’opera, e così si era sentito solo, condannato a morire un giorno, senza uno scopo. Cosa fare per l’amico? Nulla era possibile fare in quel momento, così P decise di mettersi in viaggio e partire per una quinta tappa della ricerca della strada della Gioia.
In questo ultimo viaggio egli era completamente solo, e quindi ebbe molto tempo per pensare e per pregare. Vide molte stagioni alternarsi. Vide molti inverni e provò il freddo sia del corpo che del cuore. Vide molte estati con il sole rovente, che gli fecero sperimentare l‘arsura della gola e l‘arsura dello spirito. Vide molti autunni, colorati di verde, di marrone, di giallo e di rosso; molti autunni con giorni freddi che si alternavano a giorni caldi o tiepidi. Durante l’autunno vedeva gli uccelli migrare lontano e si separava dagli  occasionali compagni di viaggio. Sì, l’autunno era veramente la stagione degli addii.
Ma sempre, dopo tutti gli inverni, arrivava la primavera. Una stagione non bella come l’autunno, ma più di questo ricca di speranze. In primavera rinasceva il verde, finivano i rigori del freddo, si tornava a sperare.
Da quando era rimasto sostanzialmente solo, aveva sempre pregato. Ma il contenuto delle preghiere si era andato sclerotizzando. Egli si accorse un giorno che egli pregava sempre nello stesso modo. Il suo cuore era precipitato nell’inverno.
Quando si rese conto di questo fatto, si fermò. Che scopo aveva continuare a cercare, se la sua preghiera era vecchia, se in lui mancava la capacità di vedere Dio in cose nuove. Sì fermò presso una capanna abbandonata, vicino ad una città. Molti venivano a consultarlo, e per tutti egli aveva parole di conforto, suggerimenti da dare, preghiere da proporre; ma egli stesso non riusciva più a pregare.
Allora disse al Signore:
“Sicuramente è più facile per te venirmi a cercare che per me trovarti. Io vorrei avere un dialogo sempre vivo con te, ma ne sono incapace. Era meglio quando non mi ponevo alcun problema, perché allora credevo di averti sempre vicino e mi sembrava di sperimentare la gioia. Ma con gli anni è sopraggiunta la saggezza, e mi sono accorto che credevo gioia ciò che non lo era o, per lo meno, non lo era sempre.
Signore, io sono qui e ti aspetto. Ma se non ti vedrò mai, allora vuoi dire che mi sono sbagliato, che tu non esisti. Allora, se mi vuoi veramente bene come ho sempre creduto, vieni presto, prima che mi convinca che tu non ci sei.”
Disse questo e si preparò a morire, perché in cuor suo era convinto che quella preghiera fosse stata soltanto un suo sfogo personale diretto al vento. Passarono altri quattro anni.
Durante quegli anni egli si sentiva sempre di più liberato della sua vecchia immagine di Dio, si sentiva sempre più ateo, e, nonostante cercasse di morire, pure si apriva a mille altri interessi che gli uomini della città gli proponevano. Divenne così abile in molte cose artigiane, coltivò bene il suo orto, allevò molti animali, e faceva molte passeggiate per i boschi.
Un giorno si ricordò della preghiera che aveva fatta quattro anni prima e si domandò se questo suo cambiamento era dovuto a Dio o era perfettamente naturale.
La risposta non si fece attendere molto. Egli si guardava intorno: nulla più era come prima, come ai tempi in cui aveva fatto quella preghiera. Tutto era diverso, e tutto era più libero e più franco. Tutto era più inondato di luce. Tutto era più in pace nel proprio cuore.
Allora comprese che Dio non era nel terremoto, né nelle grandi imprese, né nella gioia di vivere; Dio era nella quiete dei boschi, nel silenzio di una casa amica, nella brezza di un vento leggero. Allora comprese che Dio gli aveva parlato per tutti quei quattro anni facendogli cambiare tutte le sue idee, comprese le sue idee su Dio. Allora comprese che egli non era mai stato solo né nella palude, né nella locanda affollata, né nel bosco, né sulla montagna, né nella città, né in quella chiesa che aveva costruito nella città, né nel terremoto, né nei tanti addii che aveva pronunciato nella sua vita.
Si sedette per terra, lì dove stava, e si mise ad ascoltare tutto quello che il Signore gli diceva. Egli sentì che la sua saggezza si mutava in sapienza, che la sua debolezza di vecchio si mutava in forza e prudenza. Ma soprattutto si accorse che prima era sordo, mentre ora ascoltava Dio che gli parlava con il linguaggio dei cambiamenti che produceva in lui.
Egli non era più solo, e da allora non fece più nessun discorso. Da allora preferì ascoltare.

martedì 26 ottobre 2010

La strada della Gioia - La storia di D

LA STORIA DI D
Il Sig. D non condivise il parere espresso da C come a suo tempo non aveva condiviso i pareri espressi da A e da B. Molte delle argomentazioni usate erano equivoche. Prima di tutto chi assicurava C che il villaggio era più felice? Invero esso non aveva più i problemi che essi avevano visto arrivando, ma aveva sostituito i suoi vecchi problemi con problemi nuovi: prima si preoccupava di non morire di fame, ora si preoccupava di essere all’avanguardia rispetto al paese rivale per non esserne assalito e non soccombere. La guerra ora sarebbe stata ben più grave, perché avrebbe coinvolto paesi che si erano alleati con la prima o con la seconda città. No , non si poteva dire che la nuova situazione fosse migliore della prima. Forse soltanto più sopportabile, sicuramente con un po’ più di speranza, ma ugualmente stressante e sicuramente più rischiosa.
Inoltre un altro argomento convinceva D sul fatto che C era in errore. Se questa era la strada della Gioia, se la Gioia si trova solo aiutando gli altri nel cammino della civilizzazione, essa non è per tutti. Infatti chi non ha niente da portare, cioè proprio chi è più misero, sarebbe escluso dalla strada della Gioia, perché egli è condannato a stare dalla parte degli aiutati e non dalla parte di coloro che aiutano e che soli, secondo C, sono felici. Fece quindi un discorso a P e lo convinse a fargli compagnia in una quarta tappa della loro ricerca della strada della Gioia. Fu così che D e P partirono.
Durante la strada D cominciò a discutere con P su quale fosse la gioia più grande. Egli sosteneva che essi avevano sperimentato sia la gioia di vivere, che la gioia di superare le difficoltà, sia la gioia di prodigarsi per gli altri. Ma ci doveva pur essere una vera e più grande gioia.
P sosteneva che sempre essi avevano avuto una grande gioia, tutte le volte che essi avevano veduto compiersi le loro aspettative: sia quando desideravano di uscire dal fango e dalla confusione, e Dio li aveva condotti in un posto pieno di pace; sia quando si erano trovati di fronte la montagna e il fiume e Dio li aveva guidati a superare gli ostacoli; sia quando incontrati quei poveri uomini, Dio aveva compiuto miracoli davanti a loro facendo cambiare una situazione votata alla morte in una votata a motivo di vita e di lavoro.
D dichiarava che gli amici che si erano fermati erano nell’errore perché consideravano gioia ciò che non lo era; P invece sosteneva che essi non erano nell’errore, ma che essi si contentavano di alcuni tipi di gioia, e che forse essi, meno contorti di D e di P stesso, erano davvero più felici.
La discussione andava avanti da un bel pezzo e un bel pezzo era anche la strada che essi avevano percorsa. Proprio in quel momento una grande scossa di terremoto li gettò nello spavento. La terra tremava e sobbalzava scaraventandoli in terra. Caddero anche alberi accanto a loro e rocce dalle montagne intorno.
Finita la scossa i due amici atterriti si guardarono negli occhi e si consolarono a vicenda. P ringraziò il Signore dello scampato pericolo, ma D gli fece notare che era un bell’egoista e che non aveva nemmeno pensato a C ed alla sua città, né a B e le sue montagne, né ad A ed al suo posto incantato tra il bosco e il mare.
Allora i due amici tornarono indietro il più di corsa possibile fino alla città di C. Appena giunti videro una grande desolazione: la torre era crollata, la chiesa distrutta, le scuole e le case abbandonate, e il fiume aveva allagato interi quartieri. In un solo lungo minuto tutto era cambiato.
D derise P e il suo Dio e gli disse:
“Guarda cosa ha fatto il tuo buon Dio. Ha seminato morte e distruzione laddove prima c’era la vita. E’ davvero buono? Come fai a dire che c’è Dio?”
Si misero alla ricerca di C e purtroppo lo trovarono morto.
Piansero molto tutti e due. Poi, mentre D si dava da fare con i primi soccorsi, P si mise in disparte a pregare.
Da lontano cominciarono ad arrivare altri suoni, e poi gente a migliaia venivano tutti dall’altra città, quella che era stata la città avversaria. E quasi senza parlare seppellirono i morti, rialzarono le capanne e le case, curarono i feriti, portarono da mangiare e iniziarono a ricostruire la torre.
Allora P disse a D:
È veramente una gioia vedere come Dio è capace di cambiare il cuore degli uomini: questi due popoli prima si odiavano, ora invece si aiutano l’un l’altro.”
Ma D obiettò:
“Tu chiami Dio uno slancio di solidarietà umana”
E P replicò:
“Vedo bene che questa mia gioia di vedere Dio all’opera, tu non la comprendi”
Lasciata la città mentre veniva ricostruita, i due amici si recarono dalla parte del fiume verso la montagna. Ma mentre andavano videro venire loro incontro B, che tutto affannato cercava di arginare l’ansa del fiume sorta durante il terremoto. Egli aveva sentito il terremoto e si era preoccupato per quella città a valle che, dall’alto, aveva visto sorgere quasi inspiegabilmente, ed aveva pensato di riportare il fiume nel suo vecchio letto. Questo era un compito difficile, ma tuttavia ci sarebbe riuscito anche senza aiuto.
I due amici lo aiutarono a costruire la diga, e sicuramente l’acqua del fiume si sarebbe ritirata dai quartieri allagati della città.
Anche ora P si mise a ringraziare il Signore che aveva fatto provare anche a B la gioia di aiutare gli altri. Ma ancora D lo derise dicendogli che egli chiamava Dio ciò che era soltanto una curiosità di B verso la città.
Il terremoto aveva aperto una fenditura alla base della montagna, così essi poterono passare dall’altra parte per andare alla ricerca di A. B li accompagnò per un tratto poi se ne tornò a compiere altre imprese.
Giunsero al bosco di A, ma non lo trovarono. Arrivarono al paese, ma non lo trovarono. Proseguirono verso l’altro villaggio sul bordo della palude, ma anche qui nessuno aveva più saputo niente del loro amico: forse era morto.
Allora D disse molto deluso:
“Di sicuro non abbiamo trovato la strada della Gioia.
Io sono medico, mi fermerò qui sul bordo della palude a curare la malaria.
Non c’è la Gioia. Non c’è una strada che porta alla Gioia. Tu provi gioia nel vedere Dio in tutto ciò che avviene, e confondi Dio con ciò che avviene per caso. Lasciami solo, starò in questa regione finché non morrò.”

domenica 24 ottobre 2010

La strada della Gioia - La storia di C

Il Sig. C non condivise il parere espresso da B come a suo tempo non aveva condiviso il parere espresso da A. Non poteva essere che la gioia fosse soltanto qualcosa di così assurdamente personale: la gioia di superare le difficoltà è sicuramente una gioia di qualità maggiore rispetto alla gioia epicurea di stare bene o di godersi un buon paesaggio o di mangiare e bere, tuttavia una gioia che sia soltanto intimistica e personale non lo convinceva. Il Sig. C aveva infatti molti parenti ed amici cui voleva molto bene, e gli sembrava troppo egoistico il modo di pensare degli altri due amici che pensavano solo a se stessi. Fece quindi un discorso alla comitiva e la convinse a assegnargli il comando in una terza tappa della loro ricerca della strada della Gioia. Fu così che egli si mise in viaggio insieme a D e P.
Avevano appena incominciato il viaggio che si imbatterono in un villaggio di capanne in condizioni veramente miserevoli. Il capo del villaggio li accolse abbastanza freddamente perché tutti i viaggiatori che erano passati, prima o poi, se ne erano andati dopo averli abbastanza bene imbrogliati e derubati. I tre amici assicurarono il capo del villaggio delle loro buone intenzioni, anzi gli dissero che stavano alla ricerca della Gioia e gli domandarono se essi sapessero dove era: infatti molti sostengono che nella miseria si trova la vera gioia.
Ma il capo del villaggio diede loro un’occhiata che lasciava ben capire che, se veramente avesse saputo dove era la strada della gioia, avrebbe già da tempo lasciato questo insieme di tuguri: sicuramente la gioia non è nella miseria; forse è nella povertà, ma non nella miseria.
Girando per il villaggio si accorsero che gli abitanti avevano tre problemi; alcuni di loro erano malati, il villaggio vicino li aveva minacciati di una dura punizione se non pagavano i debiti che avevano contratto, e infine con quella povertà il villaggio non poteva che continuare a fare debiti.
C, oltre che una brava guida, era anche un ottimo sociologo; D era un buon medico e P un ottimo diplomatico. Così C convinse la compagnia a cercare di risolvere i problemi di questo villaggio. Egli cominciò subito a comprendere che quella gente non sapeva pescare nel fiume e che quindi si cibava soltanto di quello che riusciva a coltivare. Insegnò loro allora a pescare con l’amo, a costruirsi zattere e a pescare con delle specie di reti fatte di fibre vegetali. Insegnò loro a coltivare meglio il terreno con la rotazione delle colture e l’uso del concime.
D, su indicazione di C, si mise a curare i malati. Su quegli individui che non avevano mai preso medicine, anche la semplice aspirina faceva miracoli. Così D ottenne che ben presto le persone malate si ristabilissero e poterono quindi aiutare gli altri nei lavori dei campi e nella pesca.
Ben presto il fatto che nel villaggio si era passati da una situazione di miseria a mangiare pesce e verdura e a guarire dalle malattie, cominciò a interessare i paesi vicini che mandarono loro ambasciatori: allora P cominciò a contrattare con tutti quelli che arrivavano in modo da stabilire utili commerci.
C pensò anche a qualcosa che valesse la pena di venirla a vedere per incrementare perfino il turismo; costruì così una torre altissima e molto larga, in modo che dalla cima si potesse vedere tutta le zona intorno. Il villaggio non sarebbe più stato colto di sorpresa né dai banditi né dagli altri villaggi. Inoltre dalla torre era anche possibile lanciare sassi e frecce e quindi difendere il villaggio in caso di attacco.
P allora, secondo gli ordini di C, andò nel villaggio dei creditori che avevano minacciato la dura reazione se non avessero ricevuto il pagamento del debito. Egli fece vedere da lontano la torre costruita e fece capire loro che quella era uno strumento di difesa talmente potente che essi non avrebbero avuto alcuna possibilità di aggredire il villaggio e restare impuniti. P li convinse a fare degli onorevoli scambi: essi avrebbero condonato il debito in cambio di pesce, di verdure fresche e dei piani per costruire a loro volta un’altra torre.
Molta gente veniva dai dintorni a vedere i due villaggi che gareggiavano in lavori e in commerci, con il risultato che cominciò nella zona un vero e proprio turismo: la gente si recava nel primo villaggio per vedere la torre e per apprendere l’arte della pesca, e in cambio lasciava cibo, stoffa e attrezzi da lavoro. Poi si recava nell’altro villaggio per vedere se era vero che la seconda torre era addirittura più alta della prima; e anche qui per pagare lasciava gioielli, stoffe e altre opere d’arte che aveva portato con sé. Ne nacque anche un commercio tra i due villaggi che ormai erano diventati paesi e forse addirittura piccole città. C’erano ben due scuole di medicina, di agricoltura, di pesca, di accoglienza alberghiera, di interpreti delle lingue della zona e di architettura.
C, D e P erano molto stanchi per tutto il lavoro fatto, ma anche soddisfatti perché tutti erano loro riconoscenti. Essi tuttavia non vollero onori ma si accontentarono di insegnare e di promuovere ovunque pace e concordia. P costruì anche una Chiesa dove tutti i giorni si cantavano le lodi del Signore. Allora C fece un discorso:
“Io credo profondamente che questa sia la strada della Gioia.
Badate che non dico questa città o questa zona, né parlo del successo; io dico che la strada della gioia è quella di lavorare per gli altri, mettendo a disposizione tutto quello che si sa fare perché gli altri si evolvano da una situazione di miseria e di arretratezza verso una situazione di maggiore prosperità. Ecco noi siamo riusciti a fare la pace laddove si minacciava una guerra, a nutrire la gente laddove prima si ammalava per fame. Questa è una gioia non egoista, io sono felice non perché a me ne è venuto un vantaggio, ma perché questa gente è cambiata ed essa è più felice.
Io dunque rimarrò in questa regione, perché credo di avere trovato quello che cercavo.”.

mercoledì 20 ottobre 2010

La strada della Gioia - LA STORIA DI B.

Leggi prima la storia di A

LA STORIA DI B.

Il Sig. B non condivise il parere espresso da A. Non poteva essere che la gioia consistesse solo nel passare da uno stato di malattia ad uno di salute, non poteva essere che la Gioia si trovasse soltanto nell’alternare miseria e ricchezza, o nella solitudine quando non se ne poteva più degli altri. Fece quindi un discorso agli amici e li convinse ad affidare a lui il comando della spedizione e di proseguire per una seconda tappa. Fu così che egli si mise in viaggio insieme a P, C e D.
Dopo un po’ di tempo che viaggiavano si trovarono di fronte una montagna alta fino al cielo, con la neve sulla cima. Non c’era altra strada ragionevole se non scalare la montagna per proseguire il viaggio. Così il gruppo cominciò la scalata.
Dapprima si arrampicarono in un bosco, ma la salita diventava sempre più ripida e ben presto raggiunsero un’altezza a cui gli alberi non crescevano più. Il vento cominciava a farsi freddo. Ma il gruppo proseguì sempre più in alto, e così arrivarono dove cominciavano le rocce.
Allora la comitiva si infilò in un canalone dove era molto faticoso camminare perché i piedi scivolavano indietro dando1’impressione di non riuscire a salire. Tuttavia il canalone riparava dal vento freddo e offriva una sorta di conforto. Salirono nonostante le difficoltà ed arrivarono dove il canalone terminava ai piedi della roccia.
Si inerpicarono su per stretti passaggi. Il vento era diventato molto forte e nei tratti esposti decisamente freddo. Ma il gruppo proseguì la salita. Erano ormai molto vicino alla neve.
Affrontarono alcune difficoltà su alcuni tratti in cui misero alla prova la loro abilità di scalatori ed infine arrivarono ai piedi di un ghiacciaio. Cominciarono allora la traversata finale del ghiacciaio, ben attenti a non finire in un crepaccio nascosto da un velo di neve recente. Sentirono lontano anche il rombo di qualche valanga, sicché procedettero nel silenzio più assoluto. Un paio di volte dovettero tornare sulle proprie tracce perché si trovarono davanti crepacci che non potevano vedere da lontano.
Ma alla fine cominciò la discesa. C’era un bellissimo nevaio;  si lasciarono scivolare a valle. Poi attraversarono alcune rocce e scorsero un canalone abbastanza ripido da poter essere una scorciatoia, ma abbastanza in pendio da non essere pericoloso. Scesero allora insieme, uno di fianco all’altro per evitare che i sassi di chi stava più in alto cadessero addosso a quelli che stavano più in basso. Poi trovarono di nuovo il bosco. Dopo una sosta scesero giù a valle.
La scalata era stata difficile, ma ne era valsa la pena; avevano superato l’ostacolo ed ora erano dall’altra parte pronti a continuare la loro ricerca. Ma c’era un fiume da attraversare, la zona era selvaggia, e non c’era da aspettarsi qualche barcaiolo che li potesse traghettare.
Allora il Sig. B convinse i suoi amici a tagliare alcuni alberi del bosco e a costruire un molo fin verso la metà del fiume, in modo da superare una zona dove l’acqua era molto vorticosa. Poi costruirono delle zattere che portarono in cima al molo, e si lasciarono portare dalla corrente verso l’altra riva dolcemente più a valle.
La compagnia era abbastanza euforica perché aveva superato le difficoltà della scalata e della traversata del fiume. P si mise a pregare e a ringraziare il Signore dell’aiuto che aveva dato loro nelle difficoltà affrontate. Allora B fece un discorso:
“Io credo profondamente che questa sia la strada della Gioia.
Badate che non dico questa sponda del fiume, ma la strada della Gioia consiste nel superare le difficoltà. Questa è una gioia ben superiore a quella propostaci dal nostro amico A: qui non si tratta soltanto di stare bene, di verificare che a volte si sta male e che la gioia consiste nella guarigione dopo la malattia. Né la gioia consiste nel mangiare o bere o andare a donne o procurarsi paradisi artificiali. La gioia consiste nello scalare montagne, nel misurarsi con se stessi, nel vincere la paura e il freddo, nello scavalcare gli ostacoli, ne1 costruire ponti e zattere, nello sfruttare le correnti dei fiumi per farsi portare dove si vuole.
Io dunque rimarrò in questa regione perché credo di avere trovato quello che cercavo.”

domenica 17 ottobre 2010

La Strada della Gioia: la storia di A

Il Sig. P aveva quattro amici: i Sigg. A, B, C, D. Un giorno tutti e cinque si misero in viaggio alla ricerca della strada verso la Gioia.

LA STORIA DI A.

Il Sig. A si unì volentieri al gruppo che si metteva in viaggio. Sempre nella sua vita aveva desiderato intraprendere questa ricerca, ed ora finalmente la intraprendeva con gli amici più in gamba che avesse. Certo, per essere amici, erano un po’ particolari, ma erano veramente i suoi amici più stimati; P con le sue manie religiose, B, C e D con il loro continuo filosofeggiare, a volte erano un po’ noiosi.
Per evitare che la ricerca fosse piuttosto ostacolata che facilitata dalle continue discussioni tra P, B, C e D, il Sig. A insistette molto perché la comitiva gli affidasse il comando della spedizione almeno per il primo tratto.
Il Sig. A consultò molte carte, fece molti piani, si consigliò con molte persone, finché un giorno decise la direzione da prendere, e tutta la comitiva si mise in viaggio.
Durante il viaggio il gruppo attraversò diverse zone, e di volta in volta il paesaggio cambiava; inoltre attraversò diversi villaggi, e si accorse che anche le persone cambiavano da luogo a luogo.
Dapprima attraversarono una palude malsana, dove il fango impediva di camminare; poi arrivarono in un villaggio al bordo della palude. Qui finalmente non avevano più il problema del fango, e venne loro spontaneo domandarsi se la gioia consistesse nel non avere difficoltà. Ma mentre parlavano tra loro, si accorsero che intorno s’erano radunate delle persone, tutte molto pallide. Certo vicino a quella palude il sole era sempre coperto dalle nubi e dai vapori, ma quel pallore aveva qualcosa di strano: ben presto si accorsero che era un pallore dovuto a malattia, in effetti la vicinanza della palude faceva ammalare quella gente di strane febbri malariche, per cui tutti assumevano un colorito pallido e l’aspetto allucinato dei febbricitanti.
Si allontanarono dal villaggio con una morsa stretta attorno cuore: no, non avevano ancora incontrato la strada della Gioia. E mentre camminavano si ritrovarono, in una strada pianeggiante, ben assolata, completamente asciutta. Oh, finalmente dopo tanta umidità un po’ di asciutto! Qui sicuramente non ci sarebbe stata la malaria. E mentre parlavano tra loro giunsero ad un villaggio. Entrarono in una locanda e si guardarono intorno. La locanda era piena di gente allegra e rumorosa. C’era chi beveva del vino, c’era chi cantava, c’era chi mangiava, c’era chi, stanco come loro, s’era addormentato su una sedia. Ecco forse era questa la strada della Gioia: gente che sta bene, che si diverte, che mangia e beve o che dorme in santa pace e allegria.
Ad un certo momento si avvicinò l’Oste che vantò l’ottimo menù, le sue stanze confortevoli, le meraviglie del paesaggio e del villaggio; ma siccome non era proprio del tutto convincente, strizzando l’occhio, fece capire che poteva anche procurare compiacenti donnine e, perché no?, anche qualche spinello.
Tutta la comitiva non era sciocca: se occorrevano le donnine e gli spinelli per apprezzare completamente le meraviglie del luogo, voleva dire che poi queste meraviglie non lo erano fino in fondo. Così i cinque amici si misero di nuovo in viaggio. Giunsero così in un posto abbastanza panoramico, con un fitto bosco dietro le spalle, con una vista meravigliosa del mare in lontananza. Gli uccelli cantavano, e piccoli animali si affacciavano incuriositi dal bosco, il venticello rinfrescava dal forte caldo del sole. Non c’erano persone in giro. Il posto era incantevole!
La comitiva si fermò. Il Sig. A comprese che adesso non c’erano più mistificazioni dovute agli uomini. Il posto era bello, lontano dalla palude e dalla zona assolata, libero dalle malattie e dalla gioia semplicistica del mangiare, del bere, del dormire, delle donne e degli spinelli.
Il Sig. P cominciò a ringraziare il Signore perché dava loro questo paesaggio di sogno. Gli altri invece erano semplicemente contenti del posto. Il Sig. A fece allora un discorso:
“Io credo profondamente che questa sia la strada della Gioia.
Badate non, dico che questo è il posto della Gioia, ma che abbiamo scoperto che la Gioia si trova su un confronto, il confronto tra il fango, la strada asciutta e la strada ben ventilata in un posto panoramico; e anche il confronto tra il villaggio malsano, quello senza malattie ma affollato di gente e infine un posto isolato. Per essere felici occorre provare tutte queste cose. Solo avendo visto la palude si apprezza l’aria salubre e ventilata; solo avendo visto la malattia si apprezza chi sta bene e si gode la vita.
Io dunque rimarrò in questa regione, perché credo di avere trovato quello che cercavo”.

venerdì 15 ottobre 2010

ma che succede nella nostra "civile" Italia?

Oggi i media ci hanno fatto sapere di un uomo che è stato pestato da uomini che forse appartengono alla ndrangheta per un problema di parcheggio. Ieri una donna è stata colpita al volto ed è finita in coma per una questione di precedenza ad uno sportello in cui si facevano biglietti della metropolitana. Qualche giorno fa un tassista è stato pestato fino a ridurlo in coma per avere investito un cane, come se un cane giustificasse uccidere un uomo. A un testimone è stata bruciata l’auto  perché ci pensi bene a testimoniare. Un fotografo che riprendeva l’auto bruciata è stato aggredito. Un facinoroso e un gruppo di ultras hanno impedito l’esecuzione di una partita internazionale. A Roma è ancora vivo il ricordo di una donna uccisa con un ombrello nella metropolitana. Stupri e violenze su donne e su coppie di fidanzati. Pedoni travolti e non soccorsi. Pedofilia perpetrata da sacerdoti, da familiari, da maestri. Ragazzi e bambini uccisi dalle madri o dai padri o dai compagni delle madri. Ragazzi costretti a lavorare come schiavi anche qui nella “civile” Italia.
Mi domando: forse queste cose sono sempre successe, solo che ora i media sono più efficienti e ce ne mostrano una quantità maggiore? Forse i media enfatizzano questi avvenimenti per destare interesse o paura e di conseguenza vendere più copie o avere un ascolto più alto? È forse colpa dei media?
Ma la civiltà è cresciuta o diminuita nel corso della mia vita? Non dovrebbe sempre diminuire  il numero di episodi di scarsa considerazione della vita umana? Cosa intendiamo, nella cultura di oggi, per progresso? Sono solo io che mi angustio domandandomi se la società migliora o peggiora?