Il Sig. C non condivise il parere espresso da B come a suo tempo non aveva condiviso il parere espresso da A. Non poteva essere che la gioia fosse soltanto qualcosa di così assurdamente personale: la gioia di superare le difficoltà è sicuramente una gioia di qualità maggiore rispetto alla gioia epicurea di stare bene o di godersi un buon paesaggio o di mangiare e bere, tuttavia una gioia che sia soltanto intimistica e personale non lo convinceva. Il Sig. C aveva infatti molti parenti ed amici cui voleva molto bene, e gli sembrava troppo egoistico il modo di pensare degli altri due amici che pensavano solo a se stessi. Fece quindi un discorso alla comitiva e la convinse a assegnargli il comando in una terza tappa della loro ricerca della strada della Gioia. Fu così che egli si mise in viaggio insieme a D e P.
Avevano appena incominciato il viaggio che si imbatterono in un villaggio di capanne in condizioni veramente miserevoli. Il capo del villaggio li accolse abbastanza freddamente perché tutti i viaggiatori che erano passati, prima o poi, se ne erano andati dopo averli abbastanza bene imbrogliati e derubati. I tre amici assicurarono il capo del villaggio delle loro buone intenzioni, anzi gli dissero che stavano alla ricerca della Gioia e gli domandarono se essi sapessero dove era: infatti molti sostengono che nella miseria si trova la vera gioia.
Ma il capo del villaggio diede loro un’occhiata che lasciava ben capire che, se veramente avesse saputo dove era la strada della gioia, avrebbe già da tempo lasciato questo insieme di tuguri: sicuramente la gioia non è nella miseria; forse è nella povertà, ma non nella miseria.
Girando per il villaggio si accorsero che gli abitanti avevano tre problemi; alcuni di loro erano malati, il villaggio vicino li aveva minacciati di una dura punizione se non pagavano i debiti che avevano contratto, e infine con quella povertà il villaggio non poteva che continuare a fare debiti.
C, oltre che una brava guida, era anche un ottimo sociologo; D era un buon medico e P un ottimo diplomatico. Così C convinse la compagnia a cercare di risolvere i problemi di questo villaggio. Egli cominciò subito a comprendere che quella gente non sapeva pescare nel fiume e che quindi si cibava soltanto di quello che riusciva a coltivare. Insegnò loro allora a pescare con l’amo, a costruirsi zattere e a pescare con delle specie di reti fatte di fibre vegetali. Insegnò loro a coltivare meglio il terreno con la rotazione delle colture e l’uso del concime.
D, su indicazione di C, si mise a curare i malati. Su quegli individui che non avevano mai preso medicine, anche la semplice aspirina faceva miracoli. Così D ottenne che ben presto le persone malate si ristabilissero e poterono quindi aiutare gli altri nei lavori dei campi e nella pesca.
Ben presto il fatto che nel villaggio si era passati da una situazione di miseria a mangiare pesce e verdura e a guarire dalle malattie, cominciò a interessare i paesi vicini che mandarono loro ambasciatori: allora P cominciò a contrattare con tutti quelli che arrivavano in modo da stabilire utili commerci.
C pensò anche a qualcosa che valesse la pena di venirla a vedere per incrementare perfino il turismo; costruì così una torre altissima e molto larga, in modo che dalla cima si potesse vedere tutta le zona intorno. Il villaggio non sarebbe più stato colto di sorpresa né dai banditi né dagli altri villaggi. Inoltre dalla torre era anche possibile lanciare sassi e frecce e quindi difendere il villaggio in caso di attacco.
P allora, secondo gli ordini di C, andò nel villaggio dei creditori che avevano minacciato la dura reazione se non avessero ricevuto il pagamento del debito. Egli fece vedere da lontano la torre costruita e fece capire loro che quella era uno strumento di difesa talmente potente che essi non avrebbero avuto alcuna possibilità di aggredire il villaggio e restare impuniti. P li convinse a fare degli onorevoli scambi: essi avrebbero condonato il debito in cambio di pesce, di verdure fresche e dei piani per costruire a loro volta un’altra torre.
Molta gente veniva dai dintorni a vedere i due villaggi che gareggiavano in lavori e in commerci, con il risultato che cominciò nella zona un vero e proprio turismo: la gente si recava nel primo villaggio per vedere la torre e per apprendere l’arte della pesca, e in cambio lasciava cibo, stoffa e attrezzi da lavoro. Poi si recava nell’altro villaggio per vedere se era vero che la seconda torre era addirittura più alta della prima; e anche qui per pagare lasciava gioielli, stoffe e altre opere d’arte che aveva portato con sé. Ne nacque anche un commercio tra i due villaggi che ormai erano diventati paesi e forse addirittura piccole città. C’erano ben due scuole di medicina, di agricoltura, di pesca, di accoglienza alberghiera, di interpreti delle lingue della zona e di architettura.
C, D e P erano molto stanchi per tutto il lavoro fatto, ma anche soddisfatti perché tutti erano loro riconoscenti. Essi tuttavia non vollero onori ma si accontentarono di insegnare e di promuovere ovunque pace e concordia. P costruì anche una Chiesa dove tutti i giorni si cantavano le lodi del Signore. Allora C fece un discorso:
“Io credo profondamente che questa sia la strada della Gioia.
Badate che non dico questa città o questa zona, né parlo del successo; io dico che la strada della gioia è quella di lavorare per gli altri, mettendo a disposizione tutto quello che si sa fare perché gli altri si evolvano da una situazione di miseria e di arretratezza verso una situazione di maggiore prosperità. Ecco noi siamo riusciti a fare la pace laddove si minacciava una guerra, a nutrire la gente laddove prima si ammalava per fame. Questa è una gioia non egoista, io sono felice non perché a me ne è venuto un vantaggio, ma perché questa gente è cambiata ed essa è più felice.
Io dunque rimarrò in questa regione, perché credo di avere trovato quello che cercavo.”.
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